Alcune note sul calendario latino

Articolo di Gianna De Angelis, socio certificato CIDA

I Romani avevano due date che indicavano la fine dell’anno, la prima a dicembre, con la festa dei SATURNALIA che durava circa 7 giorni e il cui termine, più o meno attorno al 23 del mese, indicava il primo “capodanno”. L’altra il 23 di febbraio, con la festa dei TERMINALIA, ossia del dio Termine.
Il periodo compreso tra queste due date, in realtà, era un periodo dell’anno a lungo non considerato nel conto del tempo e del calendario: vi cadono non a caso i segni del Capricorno e dell’ Acquario, cosiddetti “sterili”.

In età arcaica, per esempio, essendo un periodo dell’anno in cui gli uomini, dopo aver seminato non potevano fare altro che attendere il risveglio della natura, e invocare gli dei perché il seme desse frutto, era come se lo lasciassero passare senza differenziarlo più di tanto, dedicandolo a divinità di chiusura e insieme di inizio di un tempo comunque  in sintonia con il ciclo del sole e delle stagioni.

Gennaio e febbraio c’erano già e nello stesso tempo non c’erano ancora, il tutto era come sospeso, in attesa di un reale nuovo inizio, con feste in cui volutamente regnava il caos, o meglio, la sospensione delle leggi civili.

Durante i Saturnalia, la festa più nota dell’antica Roma, si era “obbligati” a fare vacanza (=l’attesa dopo la semina), i tribunali erano chiusi simboleggiando con questo l’impossibilità di fare valere i propri diritti. Ed è col cessare temporaneo delle leggi  che abbiamo proprio il clima libertario dei Saturnalia, dove tutti si atteggiano a schiavi liberati usando il berretto frigio, lo stesso che sarà preso in seguito come emblema della Rivoluzione Francese e che ha il significato non di libertà, ma di “schiavo liberato”. Anche i cittadini liberi durante questa festa si scatenavano, indossandolo pure loro, per poter dimostrare che si davano ai bagordi, ma non da “cives”! In questo periodo, il solo dell’anno, era consentito perfino il gioco d’azzardo, altrimenti proibito per legge, poiché con  esso si dimostrava fede nella fortuna, nella sorte, contrapposto al lavorare con l’impegno personale.

Quindi a dicembre l’anno finisce con due mesi, gennaio e febbraio, anzi, comincia prima di finire, perché il primo, consacrato a Giano, dio che proteggeva e si invocava all’inizio di ogni cosa, viene giustamente prima di febbraio, DURANTE il quale invece ci si sbarazza del tutto dell’anno vecchio. Giano ha due facce, una rivolta in avanti e l’altra all’indietro, apparentemente per guardare con una il fine anno di dicembre e con l’altra quello di febbraio.
Febbraio è il mese delle “purificazioni” (da “februa”) e con esso arriviamo al secondo capodanno, quello del 23, festa del dio TERMINUS, divinità collegata con le pietre, con le quali si segnavano i confini, ma anche i patti tra popoli confinanti.
Concretamente infatti, i “terminus” erano i cippi di marmo che indicavano i confini, assolutamente sacri per i romani. Il re Numa Pompilio aveva già al suo tempo, stabilito che chiunque, anche per caso,, per esempio arando un campo, ne avesse dissotterato uno, fosse dichiarato “sacer” (qui con significato di “intoccabile”) e condannato a morte insieme ai buoi.

Il Terminus, però era anche il confine di stato romano, ma siccome per Roma e la sua espansione non dovevano esserci confini, si risolse il problema inventando le pietre miliari , il “milius”.  Lo spazio romano era misurato dal Campidoglio, partendo dal “miliarum aureum”, il miglio aureo o chilometro zero, cippo tuttora visibile al Foro Romano.

E’ da questo che misuriamo le lunghezze di tutte le vie consolari. Le pietre miliari quindi indicavano il confine ideale e provvisorio dello Stato, ed erano inamovibili perché nessuna era mai l’ultima.

In questo giorno, il 23 febbraio, i romani facevano un sacrificio al dio al 6° miglio della via Laurentina, via che porta a Lavinio, fondata dal padre Enea, poiché è da lì che inizia Roma e la sua conquista.

Il terminus, quindi è legato come confine ideale allo spazio (il 6° miglio) ed anche al tempo, essendo il famoso giorno 6° “ante calende martias”, il 6° prima delle calende di marzo.

Poche notizie doverose per spiegare come i romani contavano i giorni del mese: ogni mese era diviso in tre sole parti: le Kalendae, che erano il giorno 1.  le None, che erano il 5 o il 7 del mese e le Idi, che dividevano grosso modo il mese a metà, quindi erano il 13  o 15 ( le variazioni sono dovute alle diverse lunghezze dei mesi, di 30 o 31 giorni).

Dalle calende alle None e dalle None alle Idi, le date erano espresse contando il numero dei giorni che mancavano PRIMA delle None o le Idi successive. Quindi per riportare una data dell’epoca ai nostri giorni, è necessario aggiungere 1 al numero delle None o delle Idi e sottrarre il numero della data in esame. Per es: il terzo giorno prima delle idi di gennaio corrisponde al nostro 11 gennaio.

Non a caso, quindi, Giulio Cesare nella sua riforma del calendario scelse questo giorno, il 23 febbraio, per inserire il giorno in più dell’anno bisestile,poiché era all’epoca la vera e propria fine dell’anno. Ricordiamo poi  che gli antichi romani avevano una vera e propria idiosincrasia per i numeri pari considerati  “infausti”, al contrario dei dispari “cari agli dei”, come ci informa Virgilio nelle Egloghe.

Perciò Cesare, senza aggiungere nessun giorno alla fine del mese di febbraio, ne ha solo raddoppiato non la fine dell’anno (il 23), ma l’inizio, ossia il 24, il giorno “sexto ante kalendae martias”=il sesto giorno prima delle calende di marzo, che così diventa il BIS sexto ante kalendae, ossia il sesto per la seconda volta.

Ed è da qui che viene il termine “Bisestile”.

Gianna De Angelis – 2011

BIBLIOGRAFIA

Dario Sabbatucci “ La religione di Roma antica” ed Il Saggiatore 1988

Florence Dupont “La vita quotidiana nella Roma repubblicana” ed Laterza

D.E. Duncan “Il calendario” ed Pm Pocket

A.Cattabiani “Calendario” ed Mondatori

Atti conv. Di Roma nov 1988 “Il tempo nel medioevo”

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